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Un anno senza Giorgio Armani: Milano ricorda il suo Re
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A un anno dalla morte di Giorgio Armani, Milano torna a prepararsi per una nuova Fashion Week. Ma questo 4 settembre il vortice della moda si ferma per un istante per ricordare l'uomo che ha trasformato la sobrietà, la misura e l'eleganza italiana in un linguaggio universale.
MILANO — Il countdown per la Fashion Week, che inizierà il prossimo 22 settembre, accelera i nostri passi e rinnova l'entusiasmo di fotografi, giornalisti e professionisti della moda. Milano comincia a prepararsi per quei giorni frenetici che conosciamo così bene.
Tuttavia, oggi ci fermiamo.
Ci fermiamo per ricordare un uomo la cui dimensione è stata — e continua a essere — immensa: Giorgio Armani. Il Re Giorgio.
Esattamente un anno fa ricevevamo quasi increduli la notizia della sua morte. Sembrava impossibile. A 91 anni, Armani continuava a trasmettere la vitalità, la lucidità e la presenza di sempre. Era difficile immaginare Milano, e ancora più difficile immaginare la moda, senza di lui.
Armani era ovunque
Arrivare a Milano significava incontrare Armani fin dal primo istante. Le sue immagini, le sue campagne pubblicitarie, le sue insegne all'aeroporto, le sue boutique e gli innumerevoli spazi della città associati al suo nome.
E nel cuore del Quadrilatero della Moda, quell'imponente edificio che domina l'angolo tra Via Montenapoleone e Via Manzoni.
Ma Armani non apparteneva soltanto alle passerelle né alle vetrine del lusso.
Bastava camminare per qualsiasi strada di Milano e incrociare la persona più semplice con indosso un paio di jeans Armani per comprendere fino a che punto quel cognome avesse oltrepassato i confini sociali.
C'erano anche quegli incontri inaspettati.
Ricordo le volte in cui, camminando per Via Montenapoleone, appariva all'improvviso Giorgio Armani in persona. Distinto, inconfondibile, ma allo stesso tempo come un milanese qualsiasi. Camminava tranquillamente, osservava le vetrine e faceva parte della vita quotidiana di quella città che lui stesso aveva contribuito a trasformare.
Per alcuni istanti, il mito e Milano sembravano confondersi.
O quelle sere nel suo famoso ristorante Nobu, quando all'improvviso vedevamo i camerieri rivolgere un saluto quasi reverenziale verso qualcuno che passava rapidamente. Una figura discreta alzava appena la mano per rispondere.
Era Giorgio.
Silenzioso e presente.
Non aveva bisogno di annunciare il suo arrivo. La sua presenza era sufficiente.
La rivoluzione silenziosa di Armani
Re Giorgio ha trasformato la moda attraverso un'eleganza essenziale, rigorosa e senza tempo.
Ha liberato la giacca dalle sue strutture rigide, ha modificato le proporzioni, ha dato libertà al corpo e ha trasformato i toni neutri — il beige, il grigio e il suo celebre greige — in una dichiarazione estetica.
Armani ha spogliato la moda di ciò che era superfluo per conservare l'essenziale: linee pure, colori contenuti, tessuti che accompagnavano il corpo e una sofisticazione che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce.
Questo è stato forse uno dei suoi gesti più rivoluzionari: fare del lusso qualcosa di silenzioso, naturale e profondamente riconoscibile.
Ha inoltre compreso prima di molti la straordinaria relazione che poteva esistere tra moda e cinema. Da Richard Gere in American Gigolo alle grandi star di Hollywood e ai red carpet internazionali, Armani è riuscito a fare in modo che entrambi i mondi parlassero la stessa lingua.
Come si aspetta un Re
Fuori dalle sue sfilate c'era sempre un'attesa particolare.
Le macchine fotografiche pronte, le videocamere accese, i giornalisti attenti.
E poi c'era il suo pubblico.
Persone che aspettavano semplicemente per vederlo uscire, salutarlo, ottenere una fotografia o magari strappargli un sorriso.
Come si aspetta un Re.
Perché Giorgio Armani era arrivato a essere molto più di uno stilista e molto più del creatore di una delle grandi maison internazionali.
Da Piacenza a Milano, e da Milano alle passerelle di tutto il mondo, aveva costruito molto più di un marchio.
Aveva costruito una parte dell'immagine dell'Italia.
Armani è diventato un sinonimo indelebile dell'Italia nel mondo: eleganza, stile, misura e bellezza.
Nato a Piacenza, ha costruito a Milano il suo universo creativo e imprenditoriale e ha contribuito in maniera decisiva a trasformare la città in una delle grandi capitali internazionali della moda.
Ha lasciato anche Armani/Silos, testimonianza di una visione che trascendeva l'abbigliamento per abbracciare il design, l'arte, l'architettura e un determinato modo di intendere la bellezza.
E anche la sua Piacenza conserva l'immagine del suo figlio più celebre: nel quartiere Farnesiana, un grande murale realizzato dall'artista Antonio Cotecchia domina la facciata di un edificio come omaggio alla sua memoria e come messaggio per le nuove generazioni.
“Ho visto Giorgio Armani. Ho visto il Re”
Oggi Milano ricomincia il suo conto alla rovescia verso la Fashion Week.
Torneranno le passerelle, le telecamere, i giornalisti arrivati da tutto il mondo e quel rituale collettivo che ogni stagione trasforma la città.
Ma questo 4 settembre facciamo silenzio per un istante.
Perché un anno dopo, forse ciò che si sente maggiormente la mancanza è proprio quella sensazione: sapere che alla fine della sfilata sarebbe apparso lui.
E che fuori ci sarebbe stato ancora il suo pubblico ad aspettarlo, anche solo per tornare a casa e poter dire:
“Ho visto Giorgio Armani. Ho visto il Re.”
4 settembre. Un anno senza Giorgio Armani.
Un anno con la sua eredità.